E insomma poi sono uscito dalla stazione ed era pure una bella giornata, un sole tiepido, l’aria frizzante (sei ottobre), la gente poco rumorosa, le strade abbastanza libere. In quel momento, - la verità, - mi sono sentito stranamente meglio, come se la mazzata ricevuta non mi avesse fatto tutto quel male che pensavo quand’eravamo sottoterra. Ho cominciato a camminare senza costrutto, costeggiando la fila per i taxi e ascoltando le chiacchiere della gente che aspettava appoggiata ai trolley. Le cose mi sembravano ragionevoli, disposte nell’unica maniera possibile, non so se mi spiego. I taxi, i pullman, i telefonini che squillavano, le macchine che rallentavano per non tamponare nessuno. Ce la faccio, mi dicevo, mica morirò. E così ho continuato ad andarmene in giro a sperimentare quella calma zen finché, approdato nel centro commerciale, davanti a quel gigantesco televisore a cristalli liquidi mi s’è avvinghiata addosso, come una pianta carnivora che ti afferra alle caviglie, la disperazione. Mi sono guardato intorno perduto, tipo quando cerchi la hostess con gli occhi subito dopo il decollo e nessuno tranne te si sente male, e in pieno panico sono andato a buttarmi nel self-service che per fortuna era su quello stesso piano. Ho raggiunto il banco dei primi senza neanche prendere il vassoio e ho ordinato delle bavette al pesto. La ragazza mi ha servito facendo «Boh» con le spalle, al che ho pensato: «Perché la gente non si fa i cazzi suoi?», e mi sono sentito meglio.
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