Una pagina al giorno
Un calendario da leggere

Ogni giorno,
una pagina.

Ci sono giorni che vivono
anche dentro i libri.

La tua data
26
dicembre
Una data tra le pagine
26 dicembre
La trovi tranquillamente seduta nella Zona Giorno, davanti alla finestra che dà sulla strada, a guardare i bambini che tornano a casa da scuola. Tiene le mani compostamente giunte, come due uccellini, nel piccolo incavo del grembo. Ha le unghie pulite. I capelli appiattiti sulla testa. Sembra calma, forse sedata. Appena ti vede, tuttavia, si emoziona a tal punto che per poco non scoppia a piangere. «Sei venuta!» dice. Poi abbassa la voce e sussurra: «Che imbarazzo. Non vedo l’ora di salire in macchina e tornare a casa». C’erano stati, naturalmente, i soliti sintomi precoci, che avevi deciso di ignorare. Il vasetto di latte detergente nel freezer. Il riso ripetutamente carbonizzato. La pentola di acqua bollente dimenticata sul fornello (insieme ai frammenti di uovo bruciato ed esploso che tuo padre aveva pazientemente grattato via dal soffitto). Il sorriso leggermente sfocato. La frazione di secondo in più che impiegava a riconoscere la tua voce ogni volta che la chiamavi al telefono – un intervallo quasi impercettibile, ma era chiaro che in quel breve istante tu non esistevi. I numerosi biglietti di Natale scritti a metà che trovavi sparsi sul tavolino il 26 dicembre – Un altro anno è passato!, cominciavano tutti, ma non andavano oltre – e le telefonate che cominciavano ad arrivare quel giorno e continuavano il giorno dopo, la settimana dopo e per tutto il mese di gennaio: «Alice, stai bene?» «Volevo solo sapere se eri ancora viva». «Tutto a posto?» Sì, sì, rispondeva tua madre, stava bene, andava tutto bene, era solo un po’... stanca. Anche se ormai aveva smesso di cucinare. Aveva smesso di fare la spesa. Aveva smesso di nuotare. Aveva smesso di mettere via i vestiti, e invece tutte le sere li buttava sullo schienale della poltrona rosa sbiadita, che ben presto aveva smesso di essere riconoscibile come poltrona. E poi, un giorno, hai notato che aveva smesso di pulire gli occhiali. Le lenti erano tutte imbrattate di impronte. La montatura era piegata e storta. Come faceva, le hai chiesto, a vederci con quegli affari? E hai aggiunto – non sei riuscita a trattenerti – che sembrava una pazza! Ma tu non lo sapevi. Come potevi saperlo? Perché per tantissimo tempo è stata ancora in grado di calcolare la mancia sul conto del ristorante cinese – Fu Yuan Low – nel centro commerciale dove lei e tuo padre andavano ogni domenica sera alle sei (venti per cento arrotondato per eccesso, e se c’era Fay, la loro cameriera preferita, venticinque per cento). Si ricordava ancora del tuo compleanno. Si ricordava del compleanno di tuo fratello. E del compleanno dell’altro fratello, quello che, dopo più di trentanove anni (il piccolo), ancora non ricordava alcun compleanno fuorché il proprio. Ricordava la combinazione del suo primo lucchetto per la bici. Sei, quindici, trentanove. E la targa della Ford del ’49 usata che aveva comprato nel 1954 per cinquecento dollari – un capitale – quando aveva ricevuto la prima busta paga dell’ospedale. Ricordava l’indirizzo del nuovo medico che aveva visto quella mattina con tuo padre, ricordava il numero civico dell’ambulatorio del nuovo medico, il numero di telefono del nuovo medico, il nome della segretaria del nuovo medico, cosa indossava la segretaria del nuovo medico (Sembrava proprio una sgualdrina!). Tutte quelle cose se le ricordava ancora.

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