Venerdì 2 maggio 1980 Quando Susanne si svegliò, il pensiero del Circolo polare fu il primo che le si presentò alla mente. Forse aveva sognato qualcosa, non ricordava, ma la situazione era incredibilmente realistica. Era là, nella saletta delle fiabe: l’odore, il rumore, le finestrelle all’altezza del soffitto. Carina era seduta accanto a lei, sprofondata nella poltrona sacco; sentiva bruciare la sua coscia contro la propria e il terrore e il desiderio, il pericolo a cui si stava esponendo, le avevano fatto seccare la bocca. Non si vedevano quasi mai, negli ultimi tempi. Solo al gruppo di lettura. Quella sera si sarebbero salutate con un abbraccio, si sarebbero sedute vicine, si sarebbero guardate dritto negli occhi mentre discutevano di qualcosa. La paura e il senso di aspettativa le provocarono un risucchio allo stomaco. Forse era anche un po’ di fame. E se qualcuno avesse capito? Doveva mantenere le distanze, non permettere a nessuno di intuire. Ricordavano tutti com’era andata a Bengt il Finocchio quando gli avevano fatto saltare i denti nel parcheggio dei grandi magazzini Tempo. Il sangue che si era rappreso nel ghiaccio e per tutto l’inverno aveva continuato a rosseggiare attraverso la coltre di neve. Nessuno aveva visto niente anche se tutti sapevano. Le discussioni sulla tolleranza che erano seguite contavano ben poco, secondo lei. Allungò la mano per accendere la radio a transistor sul comodino e la sintonizzò sul primo canale nazionale. Naturalmente si era appena persa il notiziario mattutino e le sarebbe toccato ascoltare il noioso programma musicale fino al meteo successivo. Rimase a letto un minuto o due, lasciando che il pensiero di Carina e del Circolo polare si stemperasse e svanisse. Tese le orecchie verso i rumori in cucina. Era la mamma. Papà era già uscito. Al di là della parete regnava il silenzio: di sicuro suo fratello non si era ancora alzato. Poi prese lo slancio e uscì dal calduccio delle coperte. Andò in punta di piedi a fare la pipì nel minuscolo gabinetto tra la sua camera e quella di Håkan, mamma mia che pavimento freddo. Bevve alcuni sorsi d’acqua dal bicchiere dello spazzolino. Tornò in fretta in camera, mise i piedi sul tappeto e aprì la porta del guardaroba. Non ne poteva più di pantaloni di lana e mutande lunghe. In effetti lo strato-su-strato andava di moda e aveva un che di bohémien, come alzarsi la mattina con i capelli che ti ricadono a boccoli sulle spalle, naturali e spontanei: ti rimbalzano sulla schiena mentre cammini lungo il corridoio della scuola ma tu sei del tutto inconsapevole della tua grazia e freschezza, sei solo presente a te stessa nel qui e ora. Ecco, era così che avrebbe voluto essere Susanne. Magra, un po’ dinoccolata, unghie smaltate d’argento, gomma da masticare in bocca e modi sbarazzini…
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